Giustizia di Dio compiuta solo nel vangelo di Gesù, Salvatore del mondo

Giustizia di Dio compiuta
solo nel vangelo di Gesù, Salvatore del mondo

La giustizia sembra essere considerata nella Bibbia la virtù principale di Dio nel suo regno, quindi prima, più, e oltre la misericordia. Anche nel magistero tradizionale della Chiesa, sono presenti i novissimi: morte, giudizio, inferno o paradiso? Il giudizio di Dio è discriminante. Ci interroghiamo con un certo timore sulla esistenza dell’inferno e del paradiso, che dipendono dal giudizio di Dio ma che giusto in quanto premia il bene e i buoni (i giusti) e castiga il male e i malvagi (gli ingiusti).

Sul tema della “giustizia” o “giustificazione”, così importante per Paolo, esamineremo in questa serie di brevi articoli, anzitutto i possibili e generali significati del termine – e di altri ad esso variamente correlati o imparentati. Lo faremo esaminando testi nei contesti delle opere del b. G. Alberione (1884-1971), il nostro “Primo Maestro”, ma anche in Paolo, il “maestro dei pagani nella fede e nella verità” (cfr. 1Tm 2,7). Un’occhiata la riserveremo a qualcuno degli ipsissima verba di Gesù, riconosciuto nella Famiglia Paolina – e non solo -“Maestro e Signore” (cfr. Gv 13,13-14) che ancora insegna, sia con le parole che con l’esempio, per esempio la lavanda dei piedi ai suoi discepoli.

La giustizia secondo il Primo Maestro

Generalmente, Alberione considerava la giustizia una virtù cardinale, quindi legata all’ascetica e al sociale.

Una delle poche volte, già nel novembre del 1932, Alberione parlò di “giustizia” nei riguardi dei defunti: per mezzo di ritratti, annotazioni, ricordi, “richiamatevi il nome” dei defunti della vostra famiglia, parentela, amicizia, conoscenza “ed interrogatevi: ho adempiuto verso di loro tutti i miei doveri di giustizia, carità, amicizia?” (Per i nostri cari defunti, 1953, 5.a ed. p. 72.93). Le anime purganti sono infatti a noi unite da vincoli diversi, che la morte non ha distrugge: “vincoli di giustizia, di sangue, di riconoscenza.”

Nello stesso anno, riferendosi questa volta al dovere di leggere le Scritture, rifletteva sul tema della giustizia un po’ più alla maniera di Paolo: coloro che leggono la Scrittura – scriveva – accrescono la loro fede; coloro che pregando tengono tra le mani la bibbia e ne fanno il cibo quotidiano, a poco a poco “diventano soprannaturali nei raziocini, soprannaturali nei giudizi ed aspirazioni e si formano uomini come dice lo Spirito Santo: "Il giusto vive di fede" (una citazione da Abacuc 2,4 ripresa in Rm 1,17; Gal 3,11; cfr. Eb 10,38) (Pensieri, 1977, pp. 65-66; la citazione è del 13 novembre 1932).

Il giusto è chi esercita il proprio giudizio? Si, ma non solo.

Letta e riletta quotidianamente, la bibbia “insegna ad amarci fra popoli, insegna l'amore fra le diverse classi sociali, i doveri dei padroni verso i dipendenti e i doveri degli operai verso i padroni”; in un parola “insegna la giustizia e l'onestà nei commerci e nei traffici”, a ancora l'amore al lavoro, le varie forme di apostolato verso i fanciulli, i vecchi, gli ammalati, le opere di misericordia corporale e spirituale (22 gennaio 1933 gennaio).

La giustizia è la capacità di distribuire a ciascuno quel che gli spetta di diritto, per dovere?

Per Alberione la “giustizia” sembra una delle tante virtù sociali; consiste nell’adempimento dei propri doveri, nell’osservanza della legge di Dio e in questo senso precede la stessa “carità”.

Alberione accenna comunque anche a una “legge della carità” che forma la base della vita cristiana e della perfezione o santità, perché, come “dice san Paolo (in Rm 13,9-10) tutti i comandamenti si riducono a uno solo: amerai...”. Quindi, meglio che appellarsi “alla giustizia... appelliamoci alla carità” – che è poi quella di Cristo che si lascia crocifiggere e prega per i suoi assassini.

In questo senso di giustizia Alberione sembra recuperare Paolo, soprattutto quando parla di Gesù in croce come il “gran Maestro degli amanti” (Ritiri Mensili, gennaio 1934, p. 110-128, passim).

Il 24 agosto 1939, Pio XII, da poco eletto papa, in un suo radiomessaggio dirà qualcosa che Alberione condividerà: “E con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada... Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra...”.

Sono le ingiustizie che provocano le guerra, la giustizia sociale genera invece la pace tra le nazioni.

Il messaggio del papa incoraggerà Alberione a perseguire la propria missione di pace anche con la radio. Nel periodo post-bellico, infatti, Alberione sarà molto fiducioso sulla buona riuscita dell'apostolato della radio in Giappone. Mostra questo zelo apostolico nel bollettino San Paolo redatto dopo la sua visita in Oriente nel 1949.

Veniamo a sapere che Alberione aveva lasciato incise su nastro magnetico (una novità per l’epoca) delle parole che dovevano essere trasmesse nel giorno dell'inaugurazione della radio paolina giapponese. Non furono mai trasmesse, però, nel messaggio, Alberione insegnava cose importanti e che valgano ancora oggi: “La Società San Paolo, nello spirito del grande Apostolo, adopera i mezzi più celeri e più efficaci di bene: dopo la stampa, il cinematografo, la radio. Essa cerca solo e sempre la gloria di Dio e la pace degli uomini: non vuole che il bene. Il programma delle trasmissioni di questa stazione radio è quello segnato da San Paolo nella lettera ai Filippesi (4,8): ‘Fratelli, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile, tutto ciò che fa buon nome, tutto ciò che è virtuoso, tutto ciò che merita lode’” (cfr. Carissimi in San Paolo, p. 1020).

Tutto ciò che è giusto è il contenuto della missione di pace e di riconciliazione sia di Paolo – che della Famiglia Paolina utilizzando, oggi più di ieri, mezzi moderni ed efficaci a disposizione di tutti?

Ritornando al 1949, Alberione spiegava ai suoi le caratteristiche e i “poteri essenziali” della Chiesa romana; istruiva i membri della Società San Paolo sul magistero ecclesiale. La Chiesa – scriveva nel Catechismo sociale (p. 218s) – “è promotrice del sapere umano e di ogni progresso civile; la grande benefattrice dei poveri e dei deboli; la ispiratrice di un ordinamento economico, sociale, politico, internazionale conforme a carità, giustizia e verità”.

La giustizia principale per Alberione resta quella sociale. Il magistero della Chiesa al riguardo è il contenuto anche dell’apostolato paolino in quanto mira a trasformare la società delle nazioni in una famiglia cristiana, in un solo popolo di Dio.

Nel novembre del 1950, ancora parlando di radio come d’uno strumento necessario all’apostolato delle edizioni, Alberione istruiva i suoi lettori: la radio ha preso piede al punto di far come parte della vita familiare. I più grandi tra i nostri santi “si attaccherebbero oggi al microfono per lanciare in fervore di spirito ed esultanza di cuore il loro messaggio di verità, di giustizia e pace” (Carissimi in San Paolo, 1971, p. 804s).

La pace come conseguenza della verità che è anche giustizia ricorda il logo angelico, cantato ai pastori per il Bambino, sulla capanna di Betlemme (“gloria a Dio e pace in terra”). Senza giustizia non si raggiunge né la pace né la gloria di Dio.

Spiegando il significato della vita consacrata, o “religiosa”, o di “perfezione”, nell’aprile 1951, Alberione fa una collatio di testi di Paolo, qualcuno rivolto esplicitamente a Timoteo: “Il buon soldato (2Tim 2,4) – vale a dire il buon paolino - riveste lo scutum fidei [lo scudo della fede, in Ef 6,16] e il galeam salutis [l’elmo di salvezza, in Ef 6,17; 1Ts 5,8]” contro “sospetti e calunnie” che lo feriscono, specie se nascono di sopra o d'accanto – tra compagni o collaboratori, o superiori. Il soldato, in quanto è “homo Dei, ricorra al detto del Maestro: ‘Beati coloro che sono perseguitati per la giustizia” o a un altro, sempre dello stesso Maestro: "Amate i nemici, fate del bene a chi vi odia" (Carissimi in San Paolo, 1971, p. 1059).

La giustizia è dunque anche per Alberione, l’amore di Cristo verso i suoi nemici mortali; è imitazione del Crocifisso e corrisponde alla “giustizia superiore”, caratteristica dei discepoli di Gesù (cfr. Mt 5,20, nel discorso della montagna: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei – che sono religiosi osservanti di regole – non entrerete nel regno dei cieli”).

Lo stesso Paolo si metterà in rotta di collisione con la Legge e con il proprio passato di osservante (cfr. Fil 3,6 nel contesto di 3,1-11) alla ricerca di una giustizia diversa da quella dei religiosi del Libro, del Tempio, della Nazione eletta.

In effetti, quando Paolo conobbe Cristo – risorto - si ricordò del suo “zelo” talebano, di persecutore della Chiesa, e assieme della propria legale irreprensibilità, appunto “nella giustizia che deriva dall'osservanza della Legge”.

Alberione non arriva all’estremismo di Paolo riguardo al suo passato di “giusto” secondo la Legge.

Non usa, almeno a noi non risulta, il linguaggio dialettico, di Rm 2,9; 7,6; 2Cor 3,6 – dove Paolo propone una contrapposizione radicale tra “Scrittura” o “lettera incisa” su tavole di pietra (cfr. 2Cor 3,3) come sono i 10 comandamenti e che uccide mentre solo lo “Spirito” del Figlio di Dio fa vivere.

La giustizia per Paolo non è quella sociale o legale ma spirituale, come la grazia che porta alla salvezza chi crede nel vangelo di verità (Gal 2,5.14; Ef 1,13; Col 1,5) immutabile e insostituibile (2Cor 11,4; Gal 1,6-9) del Crocifisso secondo la giustizia della Legge, e risorto per lo Spirito (Rm 1,4; 8,11).

Alberione invece resta fissato sulla giustizia sociale, commerciale, legale o a quel compimento dei propri doveri o delle regole, che definiscono i rapporti fraterni come quelli tra superiori e sudditi, in nessun modo da identificare con la “giustizia” di cui parla Paolo: come grazia, salvezza, “giustificazione” per fede – che è obbedienza personale (non collettiva) a Gesù, come il vero Cristo e l’unico Maestro e Signore di tutti.

Anche nel numero di febbraio del 1952, ancora del bollettino San Paolo, parlando dell’amministrazione, Alberione ancora scrive ai suoi: “Il nostro apostolato ha una parte materiale che rassomiglia all'industria od al commercio; ma che non è né l'una né l'altro; e che tuttavia esige la stessa diligenza, prudenza e giustizia della prima e del secondo” (Carissimi in San Paolo, p. 1971, p. 915s).

Questo linguaggio sulla giustizia resta ambivalente e non sempre è capito nella Famiglia Paolina, destinata comunque a fare sintesi tra materia e spirito, anima e corpo, psichismo e spiritualità.

In breve, il linguaggio di Alberione è quello scolastico o didascalico del catechismo sociale circa quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). Paolo invece è più interessato, proprio in vista della giustizia o giustificazione, alle tre virtù teologali: fede, speranza e amore (1Cor 13,13; 1Ts 1,3; 5,8).

Le virtù cardinali poco hanno a che fare con il Vangelo ma più con la filosofia greca, già di Platone (Atene 428-427 a.C. - 348-347 a.C.) restando chiaramente in connessione non alla fede in Cristo ma a tre virtù intellettuali come erano considerate la sapienza, la scienza e l’intelletto.

Alberione vede le quattro le virtù cardinali – in un testo del settembre-ottobre 1953 sulla formazione umana – a Gesù stesso, l’unico da considerare “perfetto”: è infatti “il perfetto figlio di famiglia, il perfetto fanciullo, il perfetto giovane, il perfetto operaio, il perfetto cittadino, il perfetto suddito, il perfetto re; fu perfetto in casa, in società, nel tratto, nella preghiera, nella solitudine; fu perfetto nella prudenza, giustizia, fortezza, temperanza; fu perfetto nell'apprendere come Discepolo e perfetto nell'insegnare come Maestro, nel cercare la gloria di Dio e la salvezza dell'uomo come Apostolo” (Carissimi in San Paolo, 1971, p. 755).

La perfezione non è la carità espressa sulla croce, compimento della missione affidatagli dal Padre, ma la capacità di comportamento sociale, familiare, paesano, professionale.

Storicamente, Gesù è stato invece considerato, fin dalla nascita, un “segno di contraddizione”, un sovvertitore dell’ordine pubblico (cfr. Lc 2,34), un ribelle. Per la sua vita pubblica, dopo aver abbandonato la madre e i fratelli a Nazareth, Gesù diventa “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Lc 7,34; cfr. Mt 11,19), “un Samaritano e un indemoniato” (cfr. Gv 8,48), uno che abitualmente non osserva il riposo del Sabato e osa parlare della distruzione del Tempio – e della (sua) Nazione.

In base a queste accuse, Gesù sarà condannato alla pena capitale da persone perfette o giuste secondo la Legge, che erano considerate il Sommo Sacerdote, il Sinedrio, i dottori, i farisei.

Alberione questi discorsi su Gesù li trascura.

Ritorna invece a parlare di una giustizia in scala mondiale nella redazione di una preghiera “apostolica”, in quanto rivolta alla Regina degli Apostoli, il 30 novembre 1954. Alla Madre di Dio, Alberione ricordava i suoi (di lei) obblighi fondamentali: “ti venne affidata l'umanità, di cui sei madre spirituale e che deve affratellarsi in una società soprannazionale: per te si uniscano gli uomini nella verità, carità, giustizia: custodisci la Società delle nazioni [ONU].”

Anche la “testa dell'Istituto”, della Società San Paolo e/o Figlie di San Paolo, cioè la loro direzione, deve sempre meditare “che cosa oggi noi dobbiamo fare con l'apostolato, per servire la Chiesa e dare alle anime ciò che è giusto e doveroso secondo la nostra vocazione” (Esercizi alle Figlie di San Paolo, novembre 1954, in Pr 4, 1957, p. 52-53).

L’apostolato, in sostanza, consiste del dare “ciò che è giusto e doveroso” a tutti, a ciascuno il suo, “dalla creazione alla consumazione”, quindi in una prospettiva di eternità: “dal giudizio universale e dalla sicurezza di una giustizia eterna”.

Fa capire, tra le righe, che dare la giustizia equivale a distribuire la “luce del Vangelo e del Crocifisso” (1954?, FP, 1954, p. 86) nel quale soltanto, “ogni uomo raggiunge la sua più alta personalità e la umanità trova verità, giustizia e pace” (Schema di studio su Gesù Maestro, nel San Paolo di agosto settembre 1959).

Ancora nel 1961 Alberione ricorda Paolo per quanto riguarda i contenuti dell’apostolato: “tutto quello che è vero, tutto quello che è giusto, tutto quello che è amabile" (Fil 4,8) (1961, SdC, 1962, p. 230).

In un libro intitolato Alle Pie Discepole del Divin Maestro, (ed. 1994), nel commento al vangelo dell’allora Domenica VI dopo Pentecoste, Alberione invitava a “cercare la giustizia” e spiegava didascalicamente il significato di questo invito. La giustizia viene “presa in tanti sensi”; per esempio nei contratti, in quelli che sono i doveri di pagare, ecc. Ma questa parola giustizia nel Vangelo, in quel senso lì: primum regnum Dei et iustitia eius (cfr. Mt 6,33) è “la santità,” perché la giustizia sta in questo: "dare a Dio quel che spetta a Dio e dare agli uomini ciò che spetta agli uomini.”

In sintesi, quando Alberione parla di giustizia si riferisce all’equità, o al compimento di un dovere, o al rispetto delle gerarchie e delle regole un modo sicuramente importante e corretto, ma molto distante dal senso che troviamo nelle Scritture e soprattutto in Paolo.

Essere giusti è l’essere equi, il fare o il farsi giustizia?

Abbiamo visto che quanto più il tema “giustizia” intesa come “giustificazione” è centrale in Paolo (e nel regno di Dio per Gesù), tanto più periferico è per Alberione, bene inserito in una società e una chiesa del suo tempo.

Non c’è da meravigliarsi. Lo stesso Pietro appare spesso in conflitto con Paolo – pur parlandone come di un “fratello” (mai di “padre” né di “fondatore” di chiese).

Pietro, o chi per lui, mette in guardia i destinatari delle lettere di Paolo, dal linguaggio polifunzionale in esse usato: “La magnanimità del Signore nostro” consideratela come “salvezza: come in tutte le lettere, nelle quali egli – “il nostro carissimo fratello Paolo” - parla di certe cose – riguardo alla venuta del Signore. In esse, nelle lettere, “vi sono alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina” (cfr. 2Pt 3,15-16).

Tra Pietro e Paolo, spesso nelle lettere paolina si marca la differenza, quando non anche il conflitto gerarchico. Paolo non si sottomette a Pietro ma a Cristo che è Figlio di Dio (1Cor 1,12; 3,22; 9,5; 15,5; Gal 1,18; 2,7-9.11.14).

Vale quindi la pena a questo punto spendere qualche parola sul tema polivalente della giustizia prima nelle Scritture più antiche, per capire poi meglio sia il linguaggio teologico di Gesù che quello più cristologico di Paolo.

 

Nella bibbia, il vocabolario della “giustizia” è vastissimo e serve per descrivere tanto l’osservanza precisa della Legge (o Torah) quanto il giudizio retto del Signore, unico Dio dell’Alleanza, sulla fedeltà e soprattutto infedeltà del suo popolo.

Dio è il primo e solo amministratore di una giustizia che premia chi osserva i comandamenti e castiga chi li trascura.

La bibbia della CEI (ed. 2008) registra 477 volte in 460 versetti, il solo sostantivo femminile “giustizia”.

La prima occorrenza di “giustizia” è in Gn 15,6, a proposito della personale alleanza di Dio con Abramo: “Egli – Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.”

Questo testo diventerà molto paolino in Romani (4,3.9.11.20.22) e in Galati (3,6). In esso la “giustizia” è la stessa opera di salvezza promessa a Abramo per la sua grande fede in Dio. Giustizia e fede costituiscono già in Genesi un connubio indissolubile.

In ebraico questa giustizia è tsedaqah, un sostantivo femminile che si ripete in 150 versetti ebraici ben 404 volte, proprio a partire da Gn 15,6 e fino a Malachia 3,20 (o Malachia 4,2 in altre numerazioni), dove, a proposito del grande giorno del Signore, giorno rovente come un forno che brucia come “paglia” i “superbi”, cioè gli ingiusti: “Per voi – invece - che avete timore del mio nome, il sole di giustizia [shemi shemesh tsedaqah – LXX: to onoma mou helios dikaiosynes] sorgerà con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli dalla stalla.”

Hanno timore di Dio i credenti, che sono proprio i giusti o i fedeli di Yhwh che non vanno al forno crematorio.

Normalmente tsedaqah corrisponde, nella LXX, al greco dikaiosyne, un altro sostantivo femmine molto usato molto da Paolo. La dikaiosyne è registrata in 88 libri greci (compresi deuterocanonici e apocrifi) in 423 versetti almeno 440 volte, forse qualcuna in più.

Se la prima ricorrenza in greco è sempre in Gn 15,6, l’ultima di dikaiosyne è in Ap 22,11: Il malvagio continui pure a essere malvagio e l'impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia (ho dikaios dikaiosynen poiesato) e il santo si santifichi ancora” (Ap 22,11).

In questo testo dell’Apocalisse sembra riecheggiare l’appello del Signore a un Israele duro d’orecchio: il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito: perciò “l'ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti!” (cfr. Salmo 81,12-13). Questa disobbedienza a Dio, o mancanza di fede, è ingiustizia.

Anche un altro testo, sapienziale, sembra aver ispirato Ap 22,11, riguardo al giusto: Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora; e se dalla propria cattiveria è travolto il malvagio, “anche nella morte il giusto (tsaddiq - dikaios) trova rifugio” (Pr 14,31-32).

In questa citazione di Proverbi notiamo come il “giusto” corrisponda all’ebraico tsaddiq e al greco dikaios; in ogni caso, sta a suggerire al lettore che chi è giusto verso il prossimo trova rifugio in Dio, dopo la propria morte.

In sintesi, il tema della giustizia nella bibbia, tanto ebraica che greca, ha un’importanza di vita o di morte. Questo appare anzitutto dall’uso del sostantivo “giustizia” e dall’aggettivo qualitativo “giusto”.

Un linguaggio “giusto” a tutto tondo

Se ora diamo uno sguardo al linguaggio notiamo tutta una vasta famiglia etimologica di giustizia e di giusto come per esempio: “fare giustizia”, “giustiziare” “giustificare” “essere ingiusto”. E non solo. La lista comprende almeno 32 parole (con 2067 occorrenze) unite da una stessa radice greco-sanscrita che è dik-.

Al primo posto per frequenza d’uso di questa radice, viene proprio dikaios, “giusto”: 512 volte nell’intera bibbia greca. La prima occorrenza è in Gn 6,9 e si riferisce a Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” perché “camminava con Dio”. L’ultima occorrenza è, nel Nuovo Testamento, in Ap 22,11, un testo già letto e commentato.

Al “giusto” segue (al secondo posto) dikaiosyne, 442 con il significato tanto di “giustificazione” (soprattutto nel NT) che di “giustizia” accreditata; la prima volta compare in Gn 15,6 (vedi sopra) e l’ultima in Ap 22,11 (vedi sopra).

Seguono: (3) adikia, 252: “ingiustizia”, “iniquità”, “violenza”; la prima volta è in opposizione al comportamento giusto di Noè, in Gn 6,11: “la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza”; la traduzione italiana corrisponde alla Volgata “iniquità” e più correttamente al sostantivo maschile ebraico, chamas, presente in 59 versetti circa 120 volte – fino a Mal 2,16. Questo testo di Malachia descrive la giusta reazione del Signore alla profanazione dell’alleanza da parte del popolo di Giuda – dalla cui tribù uscirà il Messia: io detesto il ripudio, dice il Signore e “chi copre d'iniquità la propria veste”.

(4) dikaioma, 150, “sentenza”, “giustificazione”; nella prima occorrenza, in Gn 26,5, questo termine greco corrisponde al plurale ebraico di chuqqah che la Volgata rende con “iustificationes”, mentre la LXX con ta dikaiomata, intende delle “istituzioni”, o statuti. Il versetto riporta le promesse di Yhwh a Isacco, grazie alla fedeltà propria di Abramo suo padre: “perché Abramo ha obbedito alla mia voce e ha osservato ciò che io gli avevo prescritto: i miei comandamenti, le mie istituzioni e le mie leggi”. Dunque è obbedire alle parole del Signore significa tanto essere oggettivamente giusti che venir giustificati. L’ultima volta che dikaioma compare è in Ap 19,8 a proposito della gioia che ci sarà in cielo per i credenti in Cristo: alla sposa dell’Agnello, pronta per le nozze, fu data una veste di lino puro e splendente. Questa veste di lino sono proprio “le opere giuste dei santi (ta dikaiomata ton hagion)”.

(5) adikos, 137 significa invece “ingiusto” o “colpevole”: una delle prime volte, questo termine compare in (LXX) Es 23,1, un testo a proposito dei doveri verso i nemici. La CEI traduce: “Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole (Testo ebraico: rasha' - LXX: adikou – Volgata: impio) per far da testimone in favore di un'ingiustizia (Testo ebraico: chamas - LXX: adikos – Volgata: falsum [testimonium] ).” Il testo ebraico, rispetto a quello greco usa due parole diverse per adikos; la prima volta usa rasha', aggettivo maschile che significa “criminale”, “colpevole”, “ingiusto” - come altre 740 volte in poco meno di 250 versetti. La seconda, il testo ebraico utilizza, accanto a “testimone”, chamas, che significa “violento”, “distorto”, “malizioso”, presente in 59 versetti (confronta Gn 6,11 e Mal 2,16 - di cui abbiamo già parlato). Dunque, in Es 23,1, osservando le diverse interpretazioni, sembra poter dire che è “ingiusto” il malizioso, il violento, il cattivo in quanto è un falso o disonesto.

(6) adikeo, 98, “agire ingiustamente”; la prima volta che questo verbo ricorre nella LXX è in Gn 16,5 che concerne la nascita di Ismaele da Agar l’egiziana. La CEI spiega come Sarài, o Sara, la vera moglie di Abramo, sia piuttosto volubile. Si rivolge ad Abram con queste parole risentite: “l'offesa [Testo ebraico: il sostantivo chamasi – LXX: il verbo adikoumai – Volgata: inique agis] a me fatta ricada su di te! Il Signore sia giudice [Testo ebraico: yishpot - LXX: krinai – Volgata: iudicet] tra me e te!”. Abramo è chiamato in giudizio davanti a Dio – come in uno spergiuro - per aver fatto in un primo momento quel che la stessa moglie, Sara, gli aveva chiesto di fare per lei. Difficile capire le donne. Le ultime due occorrenze di adikeo compaiono in Ap 22,11 già preso in considerazione in precedenza. Paolo userà poco meno di una decina di volte questo verbo adikeo, soprattutto nella corrrispondenza, alquanto conflittuale, con i Corinti. In Col 3,25, il verbo, presente due volte, gli serve per richiamare le regole essenziali in una casa cristiana: sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l'eredità eterna, ora “servite il Signore che è Cristo!” Infatti, “chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali”. Non c’è misericordia con chi si comporta male verso gli altri – disobbedendo al Crocifisso. Dunque, sia in casa che in chiesa la regola è sempre la stessa, la giustizia come obbedienza o fedeltà al vangelo, come fede nel Signore: chi non la pratica è messo fuori.

In sintesi, nella bibbia greca esistono molte parole per “giusto” o “giustizia” o “ingiustizia”: come ancora ekdikeo, 97, “vendicare i propri diritti”, “fare o farsi giustizia”; la prima volta il verbo ricorre a proposito di Caino che ha ucciso il fratello Abele, in LXX Gn 4,5, heptà ekdikoùmena, che traduce l’ebraico shiv'athayim yuqqam, reso dalla Volgata con septuplum punietur e dalla CEI con una spiegazione: è il Signore stesso che vendicherebbe Caino. Lo stesso Yhwh gli disse infatti: “Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” Anche la vendetta è dunque una giustizia di Dio.

Di seguito completiamo questa lista, menzionando soltanto gli altri termini con le loro frequenze d’uso: - dikaioo 91 - ekdikesis 90 - dike 42 - adikos 27 - dikazo 25 - adikema 22 - dikaios 17 - katadikazo 16 - antidikos 14 - laodikeia 6, laodikeus 1 - ekdikazo 5 - ekdikos 5 - dikaiosis 4 - antidikeo 2 - endikos 2 - katadike 2 - apadikeo 1 - dikaiokrisia 1 - dikaiokrites 1 - dikaiologia 1 - dikasterion 1 - ekdiketes 1 - proadikeo 1 - hypodikos 1 nella bibbia greca (88 libri). Tra questi termini ne esamineremo in particolare solo alcuni più utilizzati da Paolo.

Una rete della giustizia laica, grazie a due radici antiche

Scrivendo in italiano siamo interessati anche al vocabolario italiano di giustizia particolarmente evocativo di tanti altri temi, alcuni dei quali ben trattati anche in Alberione. In italiano, per esempio, la giustizia è descritta normalmente come una “virtù”, quella per la quale “si giudica rettamente” o “si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto”. Una virtù quindi del retto discernere e del retto agire con gli altri, in base alla verità e non alla menzogna. Comportamento giusto è quello della persona onesta.

In italiano normalmente la giustizia è trattata come una delle quattro virtù cardinali (sin dal 1294) che indica (anche questa funzione indicativa sarà importante) un corretto funzionamento dei rapporti sociali o della vita collettiva.

Nell’italiano antico la “giustisia” (1294) o “giustizia” indicava anche l’autorità giudiziaria (1348) o l’atto col quale la giustizia si realizza (1313-19, in Dante). Abitualmente anche la pena inflitta e la relativa esecuzione di essa si chiamava giustizia (1348).

In questo senso Gesù crocifisso è un “giustiziato”.

Normalmente in italiano la “giustizia” evoca quindi temi e personaggi della vita pubblica, come il giudice, giudicare, giudizio, pregiudizio, giustiziare, giuridico, giurisprudenza, giurisperito, giurisdizione, giurista - e altri imparentati.

In comune, tutte queste parole hanno una radice latina ius a sua volta proveniente dal più antico sanscrito iu- o yu- che indicava originariamente l’“unione [religiosa]” come re-ligo, “l’unione con la legge divina”, come religioso, cioè “colui che è unito alla legge divina”; o “colui che in-dic-a la legge divina” ad altri – cioè la legge della giustizia e dell’azione religiosa, come l’obbedienza, l’esecuzione corretta del precetto.

In realtà, la radice sanscrita yu- forma il primo elemento del composto verbale yuj, “aggiogare” – un paio di buoi, in quanto la “u” di yu- o iu- indica “trattenuto” nell’“avanzare” [y] e, quindi, “aggrapparsi a” “attaccarsi a”, “unirsi a”, “fermarsi a”.

La storia delle origini di giustizia e di giusto ci fa capire diverse altre parole latine che in italiano diventano normali nella vita sociale o pubblica: iudicare, “giudicare”, iurare, “unirsi al divino chiamandolo a testimone”, iudex, “colui che indica la unione con la legge divina”, “giudice”; ius appunto “l’unione con la legge divina”, il “diritto”, la “legge”; iustitia, “l’istituto – o stato - dell’unione con la legge divina”, “giustizia”; iustus, “legato alla legge”, “giusto”. Potrebbe far parte della stessa lista anche iu-venis, il “giovane”, tenendo in conto il suo diritto e dovere è quello di seguire una legge di crescita, all’interno della famiglia e quindi della società.

Nella Volgata latina questo lessico della giustizia servì a tradurre sia l’Antico Testamento originariamente in ebraico che il Nuovo Testamento redatto in greco.

La radice greca poi della dik-aiousyne o del dik-aios¸ termini che nel NT, soprattutto in Paolo, indicano la “giustificazione” e ciò che è “giusto” nel senso di essere e di fare, è proprio dik-, derivante, come lo ius latino, dall’indoeuropeo disc-, “collegarsi” [sc] al moto continuo [i] della luce [d]”.

Nel greco classico, che muta la sc in k, ci sono diversi termini, qualcuno dei quali usato anche da Paolo, come deiknymi, “indicare”, “mostrare” (cfr. 1Cor 12,31; 1Tm 6,15); dikazo, “mostrare la legge”, “giudicare”; dikastes, “giudice”; deigma, “esempio esplicativo”, “mostra”; dike, “regola”, “giustizia” (cfr. 2Ts 1,9); dikaios, “giusto”, “conforme al diritto”, “conforme a legge” (Paolo lo usa 17 volte, solo però in 9 delle 13 lettere: Rm 1,17; 2,13; 3,10.26; 5,7.19; 7,12; Gal 3,11; Ef 6,1; Flp 1,7; 4,8; Col 4,1; 2Ts 1,5-6; 1Tm 1,9; 2Tm 4,8; Tt 1,8); dikasterion, “tribunale, dicastero” (cfr. [LXX] Gdc 6,32); deiksis, “dimostrazione”, “modo di argomentare”; paradeigma, “esempio”, “modello”, “paradigma” (cfr. nella LXX Es 25,9; 1Cr 28,11-12.18-19; 3Mc 2,5; 4Mc 6,19 (apocrifi); Na 3,6; Ger 8,2; 9,21; 16,4).

A proposito di questo ultimo termine, di “paradigma” o “modello”, nel San Paolo del settembre 1953, Alberione indicava come primario “fine dell'educazione” nella Società San Paolo, quello di formare il “Religioso paolino” (con R maiuscola), esigendo “una base, un punto di partenza: l'uomo retto; su di esso si può costruire il buon cristiano, il figlio di Dio... che potrà essere Laico o Sacerdote”. Specificava carismaticamente come “del Religioso santo si può fare un apostolo sopra il grande modello san Paolo” (Carissimi in San Paolo, 1971, p. 755).

San Paolo è il paradigma giusto, il modello della Famiglia Paolina: è necessario imitarlo per arrivare a Cristo e a imitare Dio (1Cor 4,16; 11,1; Ef 5,1; Flp 3,17; 1Ts 2,14; 2Ts 3,9).

Coinvolgimenti della giustizia in molti campi

Sulla formazione alla rettitudine, prendendo a “modello” o “forma” san Paolo – mentre l’originale è Cristo – è utile elencare anche altre parole, queste latine, imparentate tra loro e alla giustizia greca attraverso la radice disc- o dik-: come dicere, “dire”, “esporre”, “mostrare con la voce”; ducere, “guidare”, “indicare la via da seguire”; dictio, “esposizione”, “dizione”; indicare, “indicare”, “mostrare con il dito teso”; iudicare, “mostrare [disc] l’unione con la luce divina [iu]”, “giudicare”; iudex, “giudice”, “colui che mostra [dex] il diritto [ius]” o luce dall’alto; dux, “duce”, “conduttore”, “guida”, “capo” (questo termine era molto usato nel tempo del fascismo nel quale Alberione ha vissuto buona parte della propria vita); discere, “imparare”, “apprendere”; index, “indice”; digitus, “dito” che “indica” (si pensi oggi all’era del digitale); discens, “discente”, “apprendista”; disciplina, “istruzione”, “disciplina” (si pensi alla educazione o formazione paolina); discipulus, “discepolo” (si pensi ai discepoli e discepole in relazione al Divin Maestro).

In sintesi, il linguaggio della giustizia paolina entra in molti settori della vita sociale, di relazione e quindi anche di formazione ad una sana convivenza con tutti; entra anche nell’obbedienza del discepolo alla missione di insegnare per trasformazione un mondo ingiusto, come quello delle disparità tra ricchi e poveri, tra ignoranti e colti, tra “giudei e greci”, in un mondo giusto dove i rapporti sono regolati dalla parola e dalla giustizia di Dio.

Giustizia di Dio e dell’unico Maestro e Signore

La stessa nascita di Gesù, come vero Messia del suo popolo, crea problemi a Giuseppe, ancora solo sposo di Maria, diventata già madre senza di lui: poiché egli era “uomo giusto” e non voleva metterla alla gogna, pensò, proprio ragionando da giusto davanti a Dio, di ripudiarla in segreto (Mt 1,19). Le cose poi si aggiustano e Giuseppe diventerà ancora più “giusto” obbedendo all’angelo, e quindi a Dio, prendendosi Maria, innocente, in sposa. Per questa sua “giustizia” nel credere e agire oltre la Legge, per ispirazione, Giuseppe diventa padre del Messia, il figlio di Davide, alla pari di Maria che lo genera biologicamente e anch’ella, prima ancora, per fede.

Nel battesimo che Gesù riceverà da Giovanni, è riconosciuto e investito del titolo di Messia, figlio di Dio. Giovanni ha capito chi è Gesù e vorrebbe desistere dal battezzarlo. Gesù però gli risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Gesù si lasciò battezzare da Giovanni (Mt 3,15) compiendo insieme a lui la giustizia di Dio, sottomettendosi cioè al profeta che a sua volta parla in nome di Dio, anche oltre la legge di Mosè – proprio come farebbe o dovrebbe sempre fare un qualsiasi israelita che si riconosca tale, membro del popolo di Dio, sia fariseo che scriba, sacerdote o re.

Nel Discorso della Montagna Gesù indica ai suoi un altro cammino. Mostra altre esigenze ben oltre le formali osservanze giudaiche. “Io vi dico” infatti – insegna Gesù a chi lo vuole seguire: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20).

Con questo appunto di Gesù a uomini che si considerano giusti secondo la legge, o come tali sono visti dalla gente, ci rendiamo conto che la “giustizia” è ambigua.

Almeno, solo Gesù si presenta come maestro di giustizia vera, superiore. Insegna infatti ai suoi di non preoccuparsi delle cose di questo mondo come fanno i pagani. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” e quanto è necessario per il mangiare, il vestire, un tetto – “tutte queste cose, vi saranno date in aggiunta” (Mt 633).

La “giustizia” che il Maestro ha in mente non riguarda i poveri di questo mondo; non è una giustizia sociale, prima di tutto, ma divina.

Nell’elogiare Giovanni il Battista, che predicava una giustizia più sociale, più etica, eppure non è stato accettato ma è stato decapitato, Gesù parla anche di sé: come “Figlio dell'uomo, che mangia e beve”. Ma anche di lui dicono che “è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Il popolo non è soddisfatto né da Giovanni né dal Cristo. Da qualcuno però “la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie” (Mt 11,19).

La giustizia sapiente è quella evangelica o messianica di Gesù, che consiste in opere di misericordia e in parole di vita nuova che rivelano il regno di Dio a chi le accoglie. La giustizia di Gesù è quella che si ottiene da lui, credendo in lui, imitandolo, ascoltando la sua parola con fede e praticandola con gratuità per il bene degli altri.

Gesù non sopporta l’ipocrisia, una giustizia formale, religiosa, apparente come la “legalità” o “liceità” nel parlare e nell’agire. Denuncia scribi e farisei che si ritengono giusti per osservare prescrizioni e precetti (anche tutti i 613 previsti dai rabbini). “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà”. Queste tre cose erano quelle da fare, senza tralasciare necessariamente le minuzie. (Mt 23,23). “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti” (Mt 23,29; Lc 16,15) che non appartengono alla loro categoria ma ad una lista di beati, quali i poveri, i miti, gli affamati di giustizia, i mediatori di pace.

I giusti tra le nazioni sono coloro che faranno parte di pecore miti e mansuete, feconde e materne, messe a destra dal re Pastore, perché si sono prese cura dei più piccoli, imparentati per natura al Messia. Assolti da ogni mancanza di omissione, stupiti, costoro risponderanno al loro giudice: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere...?” (Mt 25,37). Essere giusto significa gratuità, o servire chi ha bisogno di un aiuto non motivati da interesse personale, mi mestiere o di professione.

Da questo dialogo metastorico, finale, si deduce come la giustizia efficace per sé è quella che lo è stata prima per altri. Si tratta d’una giustizia samaritana più che levitica o sacerdotale, eretica più che ortodossa o legale, più laica che religiosa.

È la “giustizia” o “grazia” come intesa da Gesù quando, per esempio, chiama Levi a seguirlo; quando associa un peccatore pubblico, un mezzo-ladro, al proprio piccolo gruppo di seguaci stretti, un esattore di dazi e gabelle. Di più, si ferma a festeggiare la vocazione cristiana mangiando e bevendo in casa di lui, insieme ad altri ospiti dello stesso spessore politico ed economico.

Gesù non può essere che criticato dai finti giusti, dagli stretti osservanti di prescrizioni di un’etica superiore.

All’udire costoro, Gesù rivela pubblicamente il senso della propria missione, la misericordia. Non sono infatti i sani che han bisogno di un medico, ma i malati sì e “io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17).

In queste parole di Gesù è nascosta l’ironia, o il sarcasmo: non ci sono giusti tra ipocriti, sepolcri imbiancati, lupi vestiti da pecore. Sono loro stessi che si considerano giusti, in quanto distinti dagli altri. “Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini,” ma Dio conosce bene i vostri cuori (dal cuore nascono tutti i mali): ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,15).

È Dio il giudice giusto, verso tutti coloro che fanno parte della lista dei beati. Dio “non farà forse giustizia ai suoi eletti”, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? (Lc 18,7). Nella parabola della vedova e del giudice, ingiusto in quanto non costui teme né Dio né gli uomini, ai suoi discepoli Gesù insegna come la giustizia finale, la salvezza, sia l’unica cosa che vale la pena cercare; come sia il contenuto stesso di una preghiera semplice, univoca e instancabile rivolta al Padre e una lotta continua contro gli ingiusti potenti di questo mondo. Con l’arma della preghiera rivolta a costoro, potranno alla fine anch’essi desistere dall’orgoglio e dall’interesse personale e fare giustizia ai più deboli, oppressi o socialmente fragili.

È il debole, perseguitato, rigettato Gesù che muore sulla croce, l’esempio impareggiabile e la rivelazione definitiva della giustizia di Dio. La sua morte è quella più convincente, più evangelica, testimonianza della presenza di Dio vero tra di noi. Visto ciò che era accaduto, morte e terremoto, il centurione, che aveva eseguito gli ordini di Pilato, diede gloria a Dio ad alta voce: «Veramente quest'uomo era giusto» (Lc 23,47).

Da come si muore, in croce da innocenti, si rivela agli altri chi siamo noi per Dio: giusti e degni del premio finale.

Paolo, il “giusto” maestro dei pagani, nella fede e nella verità.

Parlando della propria conversione Paolo riporta le parole di un certo Anania, circa la sua vocazione e missione attraverso il recupero della vita e il battesimo. Anania disse a Paolo: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca” (At 22,14). Anania parla di Gesù, il Cristo e Signore che Paolo ha direttamente ascoltato sulla via di Damasco.

Il tema della del “giusto” e della “giustizia”, in greco dikaiosyne (la “e” finale è lunga e l’accento di parola è sulla “y”) è frequente in tutta la bibbia greca, cioè nella Settanta letta assieme al Nuovo Testamento che è stato composto direttamente in greco. Negli 88 libri biblici, il tema ricorre in 423 versetti, 442 volte.

Di queste volte, 58 compare in (solo) 9 delle 13 lettere di Paolo.

Nella sola Romani il termine ricorre 29 volte. Che sono davvero molte. In tutto il Nuovo Testamento, compreso il corpus paulinum, dikaiosyne compare infatti in soli 86 versetti, 92 volte.

Dunque Paolo parla più di altri di “giustizia”; più di Matteo, più di Marco, Luca e Giovanni messi assieme.

La giustizia lui la ripensa a partire dalla croce e risurrezione del Giusto, cioè di Gesù, il Cristo e Signore.

Prendiamo in considerazione la famiglia etimologica, formata da 18 parole, con 152 occorrenze che imparentate dalla stessa radice dik-, studiata in precedenza. La lista che segue è in ordine di frequenza, essendo la frequenza un indice significativo del modo di pensare e di scrivere di Paolo: dikaiosyne, ricorre 58 volte e significa più cose: “giustizia” e “giustificazione” per esempio; segue dikaioo, 27 volte, “giustificare”, “essere salvati” (cfr. Rm 8,30: i giustificati godranno di gloria futura; Gal 2,16: giudei e greci sono giustificati, o salvati, grazie alla fede in Cristo); dikaios, 17 volte, “giusto” (cfr. Rm 1,17: Il giusto per fede vivrà); adikia, 12, “ingiustizia” (cfr. l'ira di Dio si rivela contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che nell'ingiustizia soffocano la verità); adikeo, 9, “commettere ingiustizia” (cfr. Col 3,25: chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali); dikaioma, 5, “giudizio” o “giustizia” (solo in Rm 1,32; 2,26; 5,16.18; 8,4); laodikeia, 4, Laodicea, letteralmente “giustizia del popolo” (cfr. Col 2,1; 4,13.15-16); adikos, 3, “ingiusto” (Dio è forse ingiusto quando riversa su di noi la sua ira? cfr. Rm 3,5; 1Cor 6,1.9); dikaios, 3, “giusto” (cfr. “Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto”); ekdikesis, 3, “vendetta”, “castigo” (cfr. Rm 12,19; 2Cor 7,11; 2Ts 1,8); dikaiosis, 2, “giustificazione” (cfr. Rm 4,25; 5,18); ekdikeo, 2, “farsi giustizia”, “punire” (cfr. Rm 12,19; 2Cor 10,6 ); ekdikos, 2, “vendicatore” (cfr. Rm 13,4; 1Ts 4,6); dikaiokrisia, 1, “giusto giudizio” (cfr. Rm 2,5); dike, 1, “giustizia”, “sentenza”, “verdetto (cfr. 2Ts 1,9); endikos, 1, “corretto”, “giusto” (cfr. Rm 3,8); hypodikos, 1, “sotto giudizio” (cfr. Rm 3,19: il mondo intero sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio).

Come si può notare da questo elenco di parole utilizzate da Paolo, la giustizia è correlata, in modo complesso, all’ingiustizia, al diritto, al giudizio, al verdetto, alla vendetta.

In alcuni testi in particolare questi termini si incontrano e scontrano tra loro.

Per esempio, il potere o potenza positiva del vangelo rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà (Rm 1,17). Il vangelo annunciato giustifica o salva chi l’accoglie credendolo vero ed unico. L’evangelizzazione è come un giudicare il mondo nel tentativo di salvarlo.

La colpa dell’umanità, nella sua interezza, scatena l'ira giusta di Dio che dal cielo si rivela efficace contro ogni empietà e “ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia” (Rm 1,18). L’ingiustizia è un rifiuto di Dio e mancanza di onestà. Per un giudeo è disobbedienza. Se però, ragiona Paolo, la nostra ingiustizia – il peccato - mette in risalto la giustizia di Dio – la grazia - con la rivelazione del Vangelo, che diremo? Dio è forse ingiusto quando riversa su di noi la sua ira? (Rm 3,5).

La fede è accoglienza della verità che si rivela nel Vangelo. La giustizia, come giustificazione del peccatore da parte di Dio, è possibile grazie alla “clemenza di Dio” che ha deciso di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. (Rm 3,26).

La giustificazione non è un premio a chi compie le opere della Legge.

L’esempio di Abramo, che non conosce la Legge che verrà solo secoli dopo con Mosè, serve a farci comprendere che solo chi crede in Colui che giustifica l'empio, “la sua fede gli viene accreditata come giustizia” (Rm 4,5). La fede nel Creatore rende giusto Abramo, ma anche padre di una numerosa discendenza ed erede di una terra che, senza meriti personali, gli è promessa da Dio.

Da Dio la fede di Abramo è apprezzata più di qualsiasi altra cosa o atteggiamento umano.

Per restare ad Abramo, Paolo sostiene che egli ricevette il segno della circoncisione come un “sigillo della giustizia derivante dalla fede”. In tal modo egli divenne il “padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia” (Rm 4,11). Fede e giustizia sono quindi in stretto rapporto come causa ed effetto, nonostante la situazione disperata in cui versa l’umanità che si è allontanata dal suo Creatore e Signore.

L’iniziativa della salvezza, come ritorno a Dio, è di Dio che opera in Gesù Cristo.

Paolo ancora spiega, sempre ai romani, che “come per la caduta di un solo uomo”, di Adamo, si è riversata su tutti gli uomini la giusta “condanna” così, per pura grazia divina, “per l'opera giusta (dikaioma) di uno solo” – del nuovo Adamo - “si riversa su tutti gli uomini la giustificazione (dikaiosis) che dà vita” (Rm 5,18).

La giustificazione è vita, anzi è resurrezione, cioè passaggio dal vecchio Adamo al nuovo Adamo, dalla morte alla vita, dal peccato che uccide alla grazia che fa vivere da figli di Dio.

Di qui l’esortazione a vivere una vita giusta: Non offrite al peccato le vostre membra “come strumenti di ingiustizia (adikia), ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia (dikaiosyne)” (Rm 6,13).

La vita nuova, cristiana, è una espressione e rivelazione della giustizia di Dio, della fede in Dio come unico principio dell’esistenza dell’uomo e del mondo nella prospettiva di una gloria futura: quelli che Dio ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati (dikaioo); quelli che ha giustificato (dikaioo), li ha anche glorificati” (Rm 8,30).

Paolo scrive ai romani in quanto apostolo dei gentili, ma ha sempre in mente il suo popolo, Israele che ancora non crede in Gesù come il Cristo e Signore; rifiuta il vangelo della grazia e verità.

Che diremo dunque? si chiede Paolo pensando a tutti, giudei e greci: Che i pagani, i quali non cercavano la giustizia (dikaiosyne), hanno raggiunto la giustizia (dikaiosyne), la giustizia (dikaiosyne) però che deriva dalla fede (Rm 9,30). Invece, ignorando la giustizia (dikaiosyne) di Dio e cercando di stabilire la propria [dikaiosyne] gli israeliti “non si sono sottomessi alla giustizia (dikaiosyne) di Dio” (Rm 10,3). Per la loro incredulità.

Comprendiamo, dalle parole di Paolo che non è necessario prima essere religiosi come gli israeliti per essere giustificati da Dio, attraverso la fede in Cristo. Anzi, si può essere religiosi e insieme restare esclusi dalla grazia della giustificazione.

Sempre ai cristiani di Roma Paolo consiglia di non farsi giustizia (ekdikeo) da sé, ma di lasciare “fare all'ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia (ekdikesis), io darò a ciascuno il suo, dice il Signore” (Rm 12,19).

La giustizia è sempre opera di Dio; da lui bisogna aspettarla con speranza e per fede.

La missione paolina è per la “giusta” riconciliazione del mondo con Dio

Rivolgendosi alla chiesa di Dio a Corinto, Paolo affronta con lievità anche l’argomento delle offese personali: “Così, anche se vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell'offensore (adikeo) o a motivo dell'offeso (adikeo), ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio” (2Cor 7,12).

L’Apostolo ha smesso di farsi giustizia da solo, di esigere la vendetta. Anche lui, come vuole per gli altri, l’aspetta da Dio, consapevole, come ribadisce ancora ai Galati, “che l'uomo non è giustificato (dikaioo) per le opere della Legge” – per i meritocrazia – “ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”.

Aggiunge: “anche noi abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati (dikaioo) per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato (dikaioo) nessuno” (Gal 2,16).

Dovrebbe a questo punto restare chiaro a tutti che la giustificazione non è pari alla giustizia sociale, all’equità commerciale, al non rubare, o al non godere dei propri beni, al distribuire i propri beni all’affamato, al guadagnarsi il pane con il sudore della fronte; in una parola, non equivale alla osservanza della Legge ma alla fede in Gesù crocifisso.

Come già ai romani, ripete anche ai galati che nessuno è giustificato (dikaioo) davanti a Dio per la Legge e ciò “risulta dal fatto che il giusto (dikaios) per fede vivrà” (Gal 3,11) citando nuovamente l’antico profeta Abacuc, ma modificando il significato di “fede”: da quella in Dio a quella in Cristo.

La fede in Cristo è obbedienza diretta al vangelo, è imitazione del Signore crocifisso; non è sterile ma è amore, o gratuità, dono di sé per la salvezza di tutti gli altri.

In Gal 5,6 Paolo riassume quel che per lui più conta per la vita della chiesa di Dio: in Cristo Gesù non è la circoncisione – o l’essere ancora ebrei secondo la Legge – che più vale; o la non circoncisione – vale a dire, l’essere laici amanti della sapienza greca – “ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità”.

Paolo quindi rompe radicalmente con il proprio passato religioso, ma anche con i saggi del mondo ellenistico in quanto rompe con il primato della Legge (o Scritture), con il primato del Tempio, con il primato della propria Nazione - come ben spiega ai cristiani di Filippi, anch’essi stressati da giudaizzanti, che amano più il passato che Cristo.

A loro Paolo confessa di voler “essere trovato in lui” – cioè in Cristo grazie al quale considera tutto il resto una “spazzatura”, “avendo come mia giustizia (dikaiosyne) non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo”, cioè, spiega: “la giustizia (dikaiosyne) che viene da Dio, basata sulla fede” (Flp 3,9).

Questa giustizia derivante come grazia dalla fede nel vangelo è l’unica regola di vita cristiana (e anche di Famiglia Paolina).

Infatti, ragiona Paolo, con alcuni cristiani di Colosse, chi commette ingiustizia (adikeo) “subirà le conseguenze del torto commesso (adikeo), e non si fanno favoritismi personali” (Col 3,25). Ogni peccato commesso contro il prossimo implica una mancanza di fede nel vangelo o una dimenticanza dell’esempio di Cristo. Per essere perdonati è necessario ritornare alla fede nel vangelo, contro tutte le seduzioni dell'iniquità (adikia)” che sono “a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l'amore della verità per essere salvati” (2Ts 2,10).

Dal primo momento della sua conversione al Risorto sulla via di Damasco, Paolo ha sentito su di sé l’incarico di riconciliare il mondo con Dio con l’annuncio del vangelo a tutti, giudei e greci, uomini e donne – tutti lontani da Dio per il loro peccato, soprattutto di incredulità – o idolatria, che è la stessa cosa.

Facendo l’esame di coscienza, verso la fine della sua vita, e passando il testimone a Timoteo, Paolo si mostra convinto di aver combattuto la buona battaglia della fede, con fedeltà alla verità e alle promesse del vangelo. Per cui, può scrivere al suo “figlio”, che è anche il suo “fratello” e “soldato” o compagno di battaglie messianiche: Ora mi resta soltanto “la corona di giustizia (dikaiosyne) che il Signore, il giudice giusto (dikaios), mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8).

Prospettive giuste della Famiglia di Paolo

Ci siamo chiesto quali e quanti sono i significati antropologici, biblici, cristologici e paolini di giustizia e di giusto in relazione al linguaggio su questo stesso tema del Primo Maestro.

Alberione usa giustizia e giusto in senso riduttivo rispetto agli scritti di Paolo condizionato da una mentalità clericale, gerarchica, appiattita sul sociale.

Per Alberione la giustizia è una virtù cardinale come intesa in ambito ascetico, filosofico, platonico e stoico e che corrisponde al fare il proprio dovere, all’obbedire agli ordini altrui, al rispettare le regole commerciali e l’equità distributiva negli scambi soprattutto istituzionali.

Da questo esame del tema negli scritti di Alberione, risulta la necessità di ritornare a Paolo nell’interpretazione della giustizia come giustificazione per chi crede nel vangelo e quindi nella grazia di Gesù Cristo, nell’amore del Padre e nella comunione dello Spirito Santo.

La giustizia è la grazia di Cristo che si attinge non per le opere, osservanze di regole o della stessa Legge ma per la fede nella Trinità attraverso la fede in Cristo.

La Famiglia Paolina è giusta se proclama il vangelo di verità agli uomini e donne di oggi, obbedendo ad un mandato speciale come quello di Paolo, il maestro dei pagani nella fede e nella verità, l’apostolo delle genti che fa onore al suo ministero nel suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del nome di Dio, il Cristo Signore.

Perché solo chi crede nel vangelo è giustificato da Dio.

Angelo Paolo Colacrai

Academia Paulina, www.biblab.com

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